VOI SIETE DEI

SALMO 81

Buongiorno a tutti,

i passi del cammino di oggi sono illuminati dalle parole del Salmo 81, di seguito riportato:

Dio si alza nell’assemblea divina, *
giudica in mezzo agli dèi.
«Fino a quando giudicherete iniquamente *
e sosterrete la parte degli empi?

Difendete il debole e l’orfano, *
al misero e al povero fate giustizia.
Salvate il debole e l’indigente, *
liberatelo dalla mano degli empi».

Non capiscono, non vogliono intendere, †
avanzano nelle tenebre; *
vacillano tutte le fondamenta della terra.

Io ho detto: «Voi siete dèi, *
siete tutti figli dell’Altissimo».
Eppure morirete come ogni uomo, *
cadrete come tutti i potenti.

Sorgi, Dio, a giudicare la terra, *
perché a te appartengono tutte le genti.

 

Siamo “tutti figli dell’Altissimo”, quindi per partecipazione alla sua divinità siamo tutti dei. Cosa significano queste parole? Esse ci dicono che Dio per grazia e per misericordia ci concede l’adozione a figli e tramite essa ci lega a se stesso rendendoci partecipi di tutta la sua vita. L’uomo viene introdotto da Dio nel Paradiso, alla costante e continua presenza di Dio per vivere in comunione con Lui tramite Cristo ed esattamente con la stessa comunione di Cristo. La dignità umana viene quindi sollevata alla dignità divina, perché posta sullo stesso piano. Ciò, tuttavia non significa che noi siamo dei per nascita, la nostra divinità infatti è la partecipazione alla divinità di Cristo e non la manifestazione di una natura personale  e propria. Quale il vantaggio di tale condizione? Il vantaggio è indescrivibile e incalcolabile. Dio ci innalza alla condizione divina, rendendoci così partecipi di tutte le grazie e i benefici della sua gloria, ma allo stesso tempo ci solleva dal compito gravoso di essere dei a tutti gli effetti. In realtà per nascita non siamo persone divine e quindi già all’origine non possediamo tale natura, né è più possibile acquisirla nel tempo, essendo la nostra nascita irripetibile. Dunque ciò che non siamo per nascita Dio ce lo trasmette per dono, tramite l’adozione nel Figlio. Noi non saremo mai Dio, ma di fatto Dio ci ha concesso di vivere come veri dei, come cioè se lo fossimo realmente ammettendoci al pieno godimento della Sua gloria e della Sua vita. Dio stesso precisa tale differenza tra noi e Lui ricordandoci che per quanto elevati alla condizione di dei siamo tutti mortali e tutti bisognosi della sua Grazia. Siamo cioè incapaci da soli di esistere,  di sussistere e di restare in Dio.  Il Salmo ci rivela questa grande verità, ripresa e confermata da Gesù nel Vangelo, realizzata da Gesù nella totale donazione di sé. Il Salmo ci dice che tutti siamo dei. Il “tutti” cui fa riferimento il Salmo ci invita a riflettere sulla condizione dei nostri fratelli. Per Dio siamo tutti dei, ossia il dono che Egli conferisce all’uomo è destinato a tutti gli uomini del mondo, senza né limiti, né esclusioni. Essere tutti sullo stesso piano significa essere tutti uguali e quindi tutti detentori della stessa dignità. In virtù di tale dignità nessun uomo può rendersi giudice degli altri uomini, il giudizio resta, dunque, una esclusiva prerogativa divina, una facoltà che solo Dio può esercitare e che solo Lui può decidere come, quando, in che modo e se esercitarla. Il Salmo ci mostra Dio intervenire nel mondo proprio su tale argomento, ci mostra un Dio che si rende presente sulla terra per puntualizzare e chiarire queste problematiche. Dio è rappresentato nel Salmo non nell’atto di giudicare gli uomini per le loro effettive azioni, ma nell’atto di giudicare chi si fa giudice degli altri. L’intervento di Dio, più che un giudizio, sembra essere un invito rivolto ai potenti a desistere dalla tentazione di giudicare il prossimo. Invito che scaturisce dalla necessità di fermare la prepotenza dell’uomo, la sua iniquità, la sua incapacità di sostenere nel giudizio la ragione del povero, del misero, dell’indifeso e dell’ultimo. Il Salmo dipinge una tela al cui centro c’è Dio che si solleva sul tribunale degli uomini per denunciare tutta la corruzione dei suoi giudici e per svelare all’uomo la sua incapacità di essere retto, di essere imparziale, di essere onesto, di essere integerrimo e incorruttibile. Questo tribunale è nella corte Celeste, esso appartiene alle stanze del castello divino, lì noi siamo ammessi ad abitare e a condividere la vita del Signore, ma sul seggio del giudizio non possiamo sederci. Questo seggio spetta a Dio e solo Dio lo può amministrare con imparzialità e con amore. Oltre a tutte le altre differenze esistenti tra l’uomo e Dio, una differenza fondamentale che non dobbiamo mai dimenticare di  tenere ben a mente è che Dio non smette mai di esercitare l’amore, in qualsiasi attività Egli sia impegnato, compresa l’attività del giudizio. Siamo noi in grado di essere giudici giusti, imparziali e allo stesso tempo amorevoli? Siamo cioè in grado di affrontare il peso di un giudizio retto emesso secondo l’amore? Ovviamente noi non abbiamo queste capacità. La nostra vita è alla ricerca dell’amore, ma spesso resta lontana da esso e difficilmente riesce ad essere trasformata in un unico inno all’amore, difficilmente l’uomo riesce a vivere in pienezza l’amore, difficilmente l’uomo riesce a ragionare in tutti i settori della sua esistenza solo ed esclusivamente con la logica dell’amore. Questo è un limite umano, un limite che non appartiene a Dio ma solo all’uomo, un limite che dobbiamo tenere sempre in conto, un limite che dobbiamo sforzarci di superare, anche e soprattutto, lasciando a Dio, unico vero Giusto e unico vera sorgente di Amore, il compito di svolgere quelle difficili funzioni nelle quali il nostro cuore finisce di saper praticare l’amore. Quello del giudizio è solo un aspetto della vita in cui noi siamo incapaci di utilizzare la logica dell’amore, ma nella nostra esistenza ci sono tanti altri aspetti e ruoli che noi esercitiamo, nel migliore dei casi, solo con la mente e solo con la ragione, o, nella maggior parte dei casi, con la logica della stretta convenienza personale. L’amore non è uno dei tanti aspetti della vita, non è un momento e un luogo, esso è tutta la vita, tutto il suo tempo e tutto il suo spazio. Vivere nell’amore significa utilizzare la logica del cuore in tutte le cose che facciamo, in tutti gli istanti della vita, in qualunque posto ci troviamo, con qualsiasi persona siamo e in tutte le situazioni che incontriamo. Se la nostra esistenza prendesse veramente la piega dell’amore e la seguisse fino in fondo con una fedeltà assoluta a Cristo, noi stessi ci rifiuteremmo di prenderci certe arbitrarie libertà ed eviteremmo di sostituirci a Dio in tutte le sue funzioni. Essere dei, essere figli dell’Altissimo significa proprio abbandonarsi totalmente all’amore divino, aprire tutto il nostro cuore all’amore di Dio, accogliere il Signore come Padre e mettersi sotto la  protezione del suo amore. In una famiglia non succede e non deve mai succedere che i figli facciano i genitori, i figli sono nell’amore pieno del padre, ma è sempre il padre che svolge l’attività di genitore. La stesa cosa succede con Dio, non siamo chiamati a sostituirci a Lui, ma a vivere il suo amore per noi.

Capo d’Orlando, 10/02/2013

Dario Sirna.

 

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