“SIATE PRONTI”

LUCA  12, 35-40

Buongiorno a tutti,

la liturgia di questa diciannovesima Domenica del tempo Ordinario guida i nostri passi nella direzione dei seguenti versi del   Vangelo di Luca:

“ 35Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; 36siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. 37Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!  39Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».”

Il Signore in questo brano del Vangelo di Luca ci fa dono di una nuova beatitudine, la beatitudine della perseveranza finale. La fine dei nostri giorni è sconosciuta ad ognuno di noi, essa è un’incognita e come tale non può essere lasciata libera, ma deve essere  gestita nella maniera corretta.  Due sono le questioni che spesso sottovalutiamo. In primo luogo viviamo come non dovessimo morire mai. La nostra vita terrena sappiamo benissimo che è chiusa all’interno di un intervallo temporale segnato dai seguenti estremi, la nascita e la morte. Noi viviamo come se i nostri compleanni non dovessero finire mai, e quando giunge la morte non la sappiamo affrontare. E’ una vera e propria carenza della nostra cultura, carenza che deriva dalla paura che incute la morte e dal dolore cui la stessa è associata. L’argomento morte viene perciò evitato dalla nostra mente proprio perché ad esso associamo realtà negative, realtà che non appartengono alla nostra fede cristiana. San Francesco d’Assisi considerava  la morte come sorella, non tanto per la familiarità che abbiamo con essa, quanto per la benevolenza che essa arreca nella nostra persona permttendoci con la grazia di Dio di accedere alla vita eterna. La morte non è infatti la fine, ma l’inizio della vera vita. Essa segna solo un passaggio da una realtà terrena a una celeste, da una realtà incompleta a una piena. In secondo luogo, un’altra questione che sottovalutiamo, è l’impossibilità di conoscere l’ora e il giorno di tale passaggio. Questa grave incognita rende la morte ancora più temibile e suscita in noi una paura ancora più grande, facendoci evitare completamente l’argomento. Ma la questione della impossibilità di conoscere per tempo il momento della nostra morte non è un fatto negativo, piuttosto e, secondo quanto Gesù stesso ci dice, è un motivo per vivere la condizione della beatitudine.  Non conoscere l’ora della nostra morte ci spinge infatti a stare sempre vigili nei suoi confronti e ad essere sempre pronti, non ad accogliere essa, ma a farci accogliere dal Signore nel suo Regno. L’ora del passaggio dalla terra al Cielo è infatti per Dio non un’ora di dolore ma un’ora di festa grande e come tale la dobbiamo vivere anche noi. Non possiamo ovviamente presentarci a questa festa con le lacrime agli occhi, né con il cuore pieno di dolore, né con l’anima sporca di peccati, né con la mente carica di odio per il Signore e per i nostri fratelli. Questa festa esige  un animo libero, un sorriso splendente, un cuore desideroso, incontenibilmente desideroso, di incontrare Dio, di vederlo, di amarlo, di stare alla sua presenza, di partecipare alla sua gloria, di unirsi in comunione con Lui. Tutte queste cose sono Lì, nel Paradiso, già preparate da Cristo da molti secoli, sono state preparate per noi e attendono solo di essere da noi ricevute a braccia aperte e con grande entusiasmo. La visione di queste realtà celesti è dunque del tutto opposta alla visione della fine di ogni cosa associata da noi alla morte. Dipende tutto da noi e da quello a cui aspiriamo. Se aspiriamo alla vita eterna del Paradiso dobbiamo vivere già qui proiettati verso quella realtà, sempre attenti e vigilanti sulle nostre vite perché essa possa diventare la nostra unica eredità, perché essa non possa venirci tolta da nessuno, ma possa diventare nostra. Per essere nella beatitudine dopo la morte lo dobbiamo dunque essere nella vita sulla terra, comportandoci in maniera degna di Cristo, sforzandoci continuamente e con grande impegno e affanno a non allontanarci mai da Lui e a restargli fedeli e obbedienti  sempre. Egli ci attende presso il Padre, noi siamo la sua conquista, noi siamo il suo vanto, noi siamo la sua sposa promessa, noi siamo l’amore della sua vita, l’amore che Egli è venuto a corteggiare e sedurre qui sulla terra per poterlo sposare a tempo opportuno nella casa del Padre, in Cielo. Prepariamoci dunque sin da ora all’incontro con il nostro amatissimo Sposo celeste perché l’ora delle nostre nozze è anche l’ora della nostra gioia e non possiamo permetterci di giungere ad essa impreparati.

Capo d’Orlando, 11/08/2013

Dario Sirna.

 

 

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